evasione arresti domiciliari

Evasione in generale

Il reato di evasione, è previsto e punito  dall’art. 385 c.p. che sanziona la condotta di chi, legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade sottraendosi così al suo stato detentivo.

L’evasione, è punita con la pena della reclusione da uno a tre anni  ma  qualora la stessa venga commessa usando violenza o minaccia verso le persone o mediante effrazione la sanzione è aumentata giungendo alla forbice edittale che va da  due a cinque anni; ulteriore aumento è previsto nel caso in cui la minaccia o la violenza siano esercitate con armi o da più persone riunite, (pena da tre a sei anni).

Al  terzo comma è indicata una  circostanza attenuante  concedibile all’evaso che si costituisce in carcere prima della condanna. L’evasione è un reato procedibile d’ufficioe per il quale è previsto l’arresto facoltativo anche fuori dei casi di flagranza, ai sensi dell’art. 3, d.l. 13 maggio 1991, 152 conv. dalla l. 12 luglio 1991, n. 103 che consente anche l’applicazione di misure cautelari coercitive al di fuori dei limiti edittali previsti dall’art. 280 c.p.p. ; ne consegue che è possibile celebrare il giudizio direttissimo a seguito di convalida dell’arresto innanzi al tribunale in composizione monocraticadel luogo nel quale il reato è stato consumato.

Condotta ed elemento soggettivo

Il reato di evasione è una fattispecie a forma libera che può compiersi, quindi, attraverso qualsiasi azione che sia idonea a far riconquistare la libertà alla persona in vinculis. e qualora il prevenuto sia ristretto nel proprio domicilio il reato si consuma con l’allontanamento dal luogo nel quale si ha l’obbligo di rimanere (c.d.evasione “impropria)”.

Appare pacifico che l’elemento soggettivo del reato di evasione sia rappresentato dal dolo generico per cui è sufficiente la volontà di compiere il fatto, cioè di allontanarsi dal perimetro di custodia, con la consapevolezza di trovarsi legalmente in stato di arresto ; ne consegue che,  non necessitando alcuna specifica volontà di sottrarsi al controllo da parte delle forze dell’ordine, non rilevano in generale i motivi che hanno determinato la condotta dell’agente

Difesa  ed evasione dai domiciliari

Inutile dire che la fattispecie in esame trovi maggiore applicazione nelle aule di giustizia nella declinazione della evasione impropria ovvero dagli arresti domiciliari .

In tali situazioni occorre innanzitutto interrogarsi sul luogo ove viene riscontrata la condotta ascritta soprattutto nei casi in cui il soggetto sia rinvenuto nelle immediate vicinanze del proprio domicilio .

In generale può dirsi che per abitazione debba intendersi il luogo in cui la persona conduce la propria vita domestica e privata con esclusione di ogni altra appartenenza (aree condominiali, dipendenze, giardini, cortili e spazi simili) che non sia di stretta pertinenza dell’abitazione e non ne costituisca parte integrante; sul punto la giurisprudenza è rigorosa evidenziando come la ratio della norma sia quella di agevolare i controlli di polizia sulla reperibilità dell’imputato, che devono avere il carattere della prontezza e della non aleatorietà per cui debbono ritenersi sono irrilevanti sia la durata del periodo di sottrazione alla misura domestica sia la distanza dalla abitazione (Cass. pen., Sez. VI, 21 ottobre 2014, n. 4830; Cass. pen., Sez. VI, 25 settembre 2014, n. 47897; Cass. pen., Sez. VI, 13 maggio 2014, n. 36123; Cass. pen., Sez. VI, 25 marzo 2014, n. 14992). 

Tali ipotesi attualmente possono essere tuttavia temperate nella loro gravità dalla causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. indubbiamente applicabile anche al caso in esame. Si potrà invocare dunque tale norma quando la distanza del luogo del rinvenimento del ristretto dalla propria abitazione non sia eccessiva e sussista la facile reperibilità da parte chi non si sia già reso responsabile in passato di condotte analoghe.

Anche lo stato di necessità potrebbe, se  adeguatamente comprovato sia chiaro, condurre a sentenza assolutoria perché il fatto non costituisce reato.

Anche qui tuttavia occorre confrontarsi con l’atteggiamento rigoroso della Suprema Corte che ha condivisibilmente  modo di precisare che solo in presenza di una situazione di grave pericolo alla persona, che sia connotata da caratteristiche di indilazionabilità e cogenza tali da non lasciare al soggetto altra alternativa che quella di violare la legge sia possibile applicare la scriminante in parola (Cass. pen., Sez. VI, 30 ottobre 2014, n. 7603, in Giust. pen., 2015, p. II, c. 221; Cass. pen., Sez. VI, 10 giugno 2003, n. 33076).

Gli ermellini hanno escluso anche gli scenari di pericolo provocati dallo stesso evaso come ad esempio crisi di astinenza di un soggetto tossicodipendente o litigio con convivente (Cass. pen., Sez. VI, 21 ottobre 2014, n. 48430; Cass. pen., sez. VI, 24 settembre 2014, n. 45068; Cass., sez. VI, 21 gennaio 2013, n. 17910).   

Quanto alla prova della sussistenza del reato di evasione dalla propria abitazione sia consentita in ultimo una breve riflessione inerente la mera verifica mediante il mero utilizzo del campanello.

Capita sovente che le forze dell’ordine, infatti, si limitino a verificare la presenza del soggetto all’interno della sua abitazione semplicemente azionando il campanello del portone o della porta di casa senza ricevere risposta; non mancano nella giurisprudenza di merito copiose pronunce di condanna sulla base di tale unico presupposto. Invero, in assenza di altri riscontri della reale assenza del prevenuto dalla propria abitazione , non sembra essere sufficiente come indizio la mancata risposta a tale attività di controllo.

I motivi difatti per i quali il prevenuto non abbia aperto la porta possono essere svariati  (es. sonno pesante , utilizzo di cuffie per la musica, presenza di ulteriori rumori che hanno coperto il suono del campanello o semplice difetto di volontà di collaborare con le forze dell’ordine).

Fermo rimanendo la peculiarità di ogni singolo caso , giova evidenziare che da ultimo la Suprema Corte sembra aver aperto ad una interpretazione maggiormente aderente alla logica. Con la pronuncia della sezione V del  19/02/2020, (ud. 19/02/2020, dep. 20/03/2020), n.10423 la Corte ha annullato senza rinvio una decisione di condanna per evasione dai domiciliari, confermata in sede di appello, fondata esclusivamente sulla mancata risposta al suono del campanello da parte delle forze dell’ordine sia pure evidenziando che nel merito non vi era stato alcuna indicazione del corretto funzionamento del campanello stesso.

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